Una Rete di Greggi Transumanti

Airola

Sembra proprio che dove non arrivano i Comuni intervengano i Comitati. Un fenomeno che si ripresenta puntuale soprattutto dopo una catastrofe, quando inizia a riemergere quel movimento naturale verso il ritorno a uno status quo, per spolverare la strada della ripartenza. Allo stesso tempo, però, comitato non vuol dire comunità, almeno non prima di aver posto le sedute da scrivania oltre l’uscio delle sedi. C’è bisogno, infatti, di gettare le basi per interventi di ricostruzione che non si fermino a un primo momento di visibilità e che non restino chiusi dietro porte di vetro. Ben vengano le iniziative simboliche, ma è la rieducazione di ogni singolo cittadino a una collettività a costituire il vero obiettivo da raggiungere.

Vivere in un paese come Airola, uno di quelli a cui si pensa immaginando il verde, l’aria pulita, le pecore al pascolo, vuol dire in realtà essere consapevoli che il paese subisce un’antica e illogica coesistenza di globale e locale. Lo si intuisce dalla convivenza forzata tra agricolo, industriale e centro abitato. Di Airola ultimamente se ne parla tanto per via dell’incendio divampato nello stabilimento Sapa e dell’impatto di questo sull’ambiente e sulle nostre vite. Eppure non se ne parla abbastanza nella comunità, non ne parliamo abbastanza tra di noi e ci affidiamo alle disparate voci delle rassicurazioni istituzionali.

Dovremmo, invece, smetterla di assecondare il finto stupore, il simulato inaspettato. Quello che è successo è un altro tassello di un intricato e depresso racconto di una mutazione sociale e urbanistica che ha sconfinato nello spazio di cui nessuno è padrone ma tutti responsabili. Nella zona industriale di Airola spesso sono state individuate criticità ambientali che hanno richiesto l’intervento dell’ARPAC per via di impianti significativamente impattanti, quali aziende di trattamento rifiuti, un’azienda di lavorazioni pelli, che ha compromesso significativamente le acque e l’aria nella zona, e attività di tipo metalmeccanico. Non solo, la rete di monitoraggio ARPAC, nel maggio 2021, ha rilevato che il Fiume Isclero, nel tratto compreso tra Airola e Moiano, presenta un maggiore impatto igienico sanitario per gli alti valori di Escherichia Coli. Per non parlare infine dell’abusivismo edilizio che oramai sfida la natura da troppo tempo.

Spuntiamo e ricominciamo, senza restanti, senza viandanti, senza farci inutili porta-voci del “si poteva evitare” o del “lo sapevo che prima o poi sarebbe successo”. Abbiamo bisogno di relazioni, di interventi efficaci. Abbiamo bisogno di pretendere sicurezza, manutenzione, politiche di sostegno, sistematicità. Noi dobbiamo esserci, fisicamente e non, rendendo abitabile qualsivoglia auspicio di scambio, organizzazione, meditazione a favore di ciò che resta che è soprattutto ciò che avanza e non si consuma: i resti, i residui di una vulnerabilità che è la storia di un dato luogo.

Si parla tanto di ripopolamento, di restanza, di case a un euro per salvare dall’abbandono i piccoli borghi dell’entroterra, ma è davvero di questo che abbiamo bisogno? Dobbiamo ricostruire il sociale accettando il vuoto di una nuova fuga e facendo di quel vuoto un nuovo punto di scambio in cui muoversi senza passato, senza futuro. Dobbiamo fare e farci indagine, guardare nella stessa direzione e questo può avvenire tramite iniziative che tengano in considerazione le risorse presenti nel territorio, naturali e storico-culturali.

Digitalizzare i luoghi affinché tutti possano sentirsi coinvolti, ma digitalizzare non vuol dire nulla senza conoscenza e senza l’interesse a preservare la memoria, quella memoria che appartiene a ogni singolo nostro avo e che oggi dovremmo raccontarci e raccontare e non imprigionare. Ricominciamo dai comitati e sconfiniamoli nella comunità, oltre i limiti provinciali, verso altre realtà con cui abbiamo il dovere di confrontarci perché ciò che abbiamo in comune non è solo l’antico immaginario che ci dipinge come isola felice, ma è soprattutto il vivere le medesime difficoltà. Questi territori, i nostri paesi, hanno bisogno di progetti continuativi, concreti e di fare rete qui, ora, esserci e qualche volta farsi gregge transumante.

L’inquinamento certo non scomparirà, così come tutte le altre problematiche. Ma l’elemento più tossico nelle comunità, forse, è proprio quell’accettazione passiva di episodi e atteggiamenti (cit. “E che vuoi farci? É stato sempre così”), che finisce per privare la collettività di ogni forma di partecipazione e prossimità.

Carmen Ciarleglio

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